“Ansia, la prigione del cuore”: un titolo ed un’immagine netti quelli che Yugen Umelesi ha scelto per il seminario di shiatsu che terrà alla scuola LAFONTE domenica 22 dicembre, dalle 9.30 alle 17.30, primo appuntamento di un ciclo di quattro incontri specialisticidedicati agli operatori e agli allievi del terzo anno, che si concluderà a maggio.
«Nella medicina cinese tutti i sentimenti coinvolgono il Cuore, sede dello Shen. L’ansia è uno stato di costrizione che non dà la possibilità al Cuore di esprimersi. L’immagine della gabbia o della prigione è quanto di più vicino per tradurre in Occidente il concetto di ansia che troviamo nei testi della tradizione cinese. È il non potersi manifestare per quello che si è; pensiamo, ad esempio, all’ansia da prestazione, un condizionamento che non permette di essere se stessi».
«È causata da un’emotività disarmonica e si manifesta con sintomi sia fisici che energetici, come respirazione non corretta, inquietudine, tachicardia, tic nervosi. È una condizione alla quale normalmente si riesce a far fronte, il problema è quando questa prende il sopravvento».
Nel 2018, sempre a Bergamo con LAFONTE, ha tenuto un seminario sugli attacchi di panico. Che differenza c’è rispetto all’ansia?«È uno degli aspetti fondamentali che affronteremo nel seminario, studieremo le differenze per essere in grado di dare una connotazione energetica più precisa al disagio che il ricevente esprime di solito in maniera generica. Ansia e attacchi di panico sono considerati più o meno la stessa cosa, ma non è così e riuscire a riconoscere quale sentimento è in gioco significa indirizzare al meglio il trattamento e fare in modo che sia efficace».
«Non sono collegate ad un organo specifico, come le emozioni, ma colpiscono un sistema, una serie di organi, delle strutture. Non a caso non sono comprese nelle cinque emozioni, che fanno parte della dotazione “naturale” dell’individuo, ma nei sette sentimenti, frutto dell’interazione con l’esterno. Riconoscere e distinguere i sentimenti significa individuare quali sono le strutture colpite».
«Se fino a qualche anno fa ci si rivolgeva allo shiatsu per trattare mal di schiena, cervicali, insonnia, problemi che, semplificando, possiamo dire più “concreti”, oggi le richieste maggiori riguardano il “disagio del vivere”, un malessere ben più complesso. Personalmente ho scelto di studiare le condizioni e i disagi che i riceventi mi portano, da qui la necessità di approfondire il lavoro sui sentimenti e di farlo nella maniera più precisa possibile. Credo che l’operatore debba ricercare sempre maggiore consapevolezza della condizione del ricevente, compassione nel senso letterale di condivisione e compartecipazione dello stato dell’altro».
«Come per tutte le altre disarmonie. C’è l’idea che lo shiatsu non basti mai, che occorra sviluppare tecniche e modalità di trattamento. In realtà non c’è niente da inventare, gli strumenti ci sono già, si tratta di utilizzarli con consapevolezza, sapendo come agire. È un po’ come la musica: le note ci sono tutte, la melodia che si vuole ottenere dipende da come le si dispone sul pentagramma».
«C’è una parte di teoria ma soprattutto impareremo un trattamento completo, utile e ripetibile. Amo insegnare ciò che pratico, quindi non saranno solo indicazioni ma uno strumento completo che potrà anche essere adattato al proprio stile di pratica».
«Direi proprio di sì. Uno dei “mali” dell’operatore è che riceve troppo poco, non ha perciò molte occasioni per rendersi conto della propria condizione. Trattare è un modo per mettersi in risonanza e per “praticare se stessi”, star bene per essere in grado di far stare bene. Ma c’è un’altra considerazione che si può fare...».
«Che non occorre attendere un disturbo per cominciare un trattamento. Lo shiatsu è prima di tutto uno straordinario mezzo per prendersi cura delle persone sane alle prese con le disarmonie del vivere, che oggi, in pratica, riguardano tutti. Considerare lo shiatsu non solo un rimedio per un problema manifesto ma anche – e soprattutto - una pratica di prevenzione e mantenimento del benessere è, a mio avviso, un punto di svolta per il futuro della disciplina».